La sicurezza stradale è l’emergenza di cui la politica italiana non vuole occuparsi

Otto persone ogni giorno muoiono sulle strade italiane. Nel 2025 i decessi sono stati 2.868 secondo gli ultimi dati ISTAT-ACI (Automobile Club Italia) e, anche se i morti sono in calo del 5,3% rispetto al 2024, i feriti sono cresciuti dell’1,7% e le collisioni del 2,2%. Le vittime degli scontri gravi o mortali sono ancora spesso giovani e utenti vulnerabili come pedoni o ciclisti. Per i ragazzi tra i 15 e i 29 anni, la violenza stradale è addirittura la prima causa di morte. In questa fascia di età nel 2025 sono aumentati del 4,8% anche i feriti. Le vittime della mobilità attiva e della micromobilità (compresi i guidatori di monopattini e bici elettriche) lo scorso anno sono state 253 (+21,6% dal 2024), mentre i pedoni uccisi 419 (+10,9%). 

Questi dati fotografano un paese che fatica a fare passi avanti decisi per ridurre la pericolosità di strade e autostrade, sebbene le soluzioni per farlo esistano e siano note da tempo. Agendo in modo strutturale sulla velocità, sui controlli e sulla mobilità attiva, come dimostrato da altri paesi europei, si potrebbe tagliare il numero di vittime e feriti in modo netto. Ma quella che dovrebbe essere un’emergenza di salute pubblica non sembra avere un posto di rilievo nel dibattito pubblico italiano, né tra le priorità di governo e parlamento.

Le notizie quotidiane di morti e feriti sulle strade, se va bene, generano qualche giorno di indignazione per poi essere riassorbiti dal silenzio, rimanendo solo tristi vicende private. «Un mese fa è stata uccisa in Trentino una ragazza di 14 anni mentre andava in bici (Adele Cobelli, ndr). C’è stato un picco di attenzione e commozione, ma nel frattempo sono morti almeno altri dieci ciclisti» racconta Marco Scarponi, che dopo la morte del fratello Michele (vincitore del Giro d’Italia 2011, travolto in bici da un furgone nel 2017) ha creato la Fondazione Michele Scarponi, attiva nella formazione e nella prevenzione su questi temi. «Quando qualcuno viene ucciso sulla strada sembra non sia mai colpa della società» aggiunge Scarponi. «Ma non è così: è un omicidio che riguarda tutti».


Un’ecatombe evitabile

Nonostante si continuino a usare parole come “incidenti” e “fatalità”, come se questi episodi fossero imponderabili, le morti sulla strada sono oggi più che mai evitabili e hanno, prima di tutto, cause strutturali, a partire dall’utilizzo preponderante del mezzo a motore privato. 

L’Italia ha il più alto tasso di motorizzazione in Europa, con 701 auto ogni mille abitanti contro una media di 578 e, contemporaneamente, uno dei tassi di mortalità stradale peggiori dell’Unione: superati da Polonia e Ungheria siamo scesi dal 19° al 21° posto (su 27), con 49 morti per milione di abitanti quando la media è di 43. «I dati mostrano che un sistema di mobilità così sbilanciato sull’automobile è anche un sistema poco sicuro», spiega Andrea Colombo, giurista ed ex assessore alla mobilità di Bologna. Secondo l’ultimo rapporto ISFORT sulla mobilità degli italiani, gli spostamenti quotidiani in bicicletta sono appena il 5,2% del totale, ma quasi il 35% degli intervistati dichiara che vorrebbe usarla in futuro: se al momento non lo fa è proprio per la mancanza di sicurezza.

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8/26, Valigia Blu