Nel 2035 i robotaxi saranno tre milioni


Mentre in Italia continuiamo a discutere se le app di ride-hailing minaccino l’ordine costituito dei taxi tradizionali, da altre parti del mondo la questione è diventata così antica che nessuno se la ricorda più.

A Pechino come a San Francisco salire su un’auto senza autista è ormai una routine e non più un esperimento da raccontare agli amici.

Il resto del mondo, insomma, ha già staccato il freno a mano, e il report “Here at Last: The Evolution of the Robotaxi” di Boston Consulting Group dietro alla sensazione infila i numeri: la flotta mondiale di veicoli a guida autonoma potrebbe superare il milione di unità entro il 2035, con un tetto massimo di tre milioni nello scenario più ottimistico.

Un salto che promette di riscrivere il modo in cui ci si sposta in città, con l’Europa costretta, ancora una volta, ad inseguire.


Una corsa a due


I numeri non lasciano spazio al patriottismo: entro il 2035 la Cina dovrebbe arrivare a circa 850mila robotaxi in circolazione, gli Stati Uniti a 350.000, mentre il Vecchio Continente si fermerebbe a 120mila unità.

Una distanza che è l’istantanea di due velocità di sviluppo tecnologico, normativo e infrastrutturale profondamente diverse.

Giuseppe Collino, managing director e senior partner di BCG, individua nella complessità del sistema urbano e regolatorio europeo il principale ostacolo alla diffusione.

Se negli Stati Uniti e in Cina i servizi sono già operativi su larga scala e stanno accumulando esperienza sul campo, in Europa la sfida sarebbe soprattutto sistemica, con la necessità di un salto di qualità nel software di mappatura digitale e nella gestione in tempo reale delle flotte, oltre a un quadro normativo più chiaro e a infrastrutture più sviluppate.

Per essere ancora più chiari: destreggiarsi tra i vicoli di una città medievale con un algoritmo di guida autonoma è tutta un’altra storia rispetto a percorrere le strade a griglia di Phoenix o i quartieri di Shenzhen.


Investimenti pesanti e tempi biblici

Aprire un servizio di robotaxi in una nuova città non è proprio un’operazione da fare in un weekend. Gli investimenti iniziali oscillano tra 15 e 30 milioni di dollari, a cui si aggiungono fino a due anni di pratiche burocratiche e allestimento infrastrutturale in Europa, contro tempistiche più rapide negli Stati Uniti e soprattutto in Cina, dove basta circa un anno.

E una volta partiti la crescita resta lenta, si calcolano fino a sei anni per coprire una porzione significativa di un’area urbana, aggiungendo solo poche centinaia di veicoli l’anno.

I costi operativi attuali, che in alcuni casi superano i 7-8 euro al km, rendono per ora il servizio più un capriccio tecnologico che un’alternativa economica al taxi tradizionale.

Con l’aumento dei volumi e i progressi tecnologici, BCG stima però che questa cifra possa scendere fino a circa 0,70-0,80 euro/km, una soglia che renderebbe i robotaxi finalmente competitivi.

Per arrivare al pareggio operativo, però, gli operatori dovranno mettere su strada flotte comprese tra 15 e 20mila veicoli distribuiti su più città, con tempi stimati intorno ai sette anni.


La fiducia si conquista poco per volta

Ma il vero ostacolo è quello psicologico: se in Cina il 60% degli utenti si dichiara pronto a salire su un’auto senza nessuno al volante, in Europa e Stati Uniti la quota si ferma al 30-35%.

Le previsioni indicano comunque una crescita della fiducia europea oltre il 45% entro il 2030, sostenuta dalla progressiva dimostrazione di sicurezza e affidabilità dei sistemi.

Non mancano i primi esperimenti sul suolo europeo, con “Waymo” e “Wayve” che hanno avviato test a Londra, mentre “Baidu” si muove in Svizzera.

L’ultimo, in particolare, ha siglato un accordo con Stellantis per lo sviluppo di servizi di mobilità senza conducente di livello 4.

Collino non esclude che tra dieci anni qualche robotaxi possa circolare anche in Italia, pur collocando il traguardo più lontano rispetto a Paesi come Regno Unito e Germania, dove i tempi potrebbero dimezzarsi.

Sul tavolo resta anche la questione geopolitica: gli operatori cinesi guardano con interesse all’espansione internazionale, ma le resistenze delle autorità nazionali sui sistemi di monitoraggio e mappatura del territorio non sono da escludere.

Per questo, fuori dai confini domestici, i robotaxi cinesi si stanno diffondendo soprattutto in Medio Oriente, agevolati da strade larghe, urbanistica regolare e clima secco, condizioni ancora ostiche per le telecamere di bordo europee.

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